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Sostenibilità, inclusion e diversity alla base di Prysmian Group: l’intervista a Fabrizio Rutschmann

 

Fabrizio Rutschmann, Prysmian Group Chief HR Officer - un'intervista da ETicaNews.it

 

La corretta gestione delle risorse umane è uno dei criteri di sostenibilità di un’azienda, ma anche un fattore chiave per far progredire tutti gli altri aspetti Esg. Come influisce l’HR sui fattori e sui rischi ambientali, sociali e di governance?

Prysmian ha deciso di testimoniare il suo impegno verso la sostenibilità a partire dal suo head office. Due anni fa abbiamo realizzato la nostra nuova sede, a Milano, ispirandoci ai principi della sostenibilità. In primis il risparmio energetico: grazie alle tecnologie del nuovo edificio risparmiamo già oggi il 40% di energia, e a regime arriveremo al 60%. È un ambiente fortemente digitale, tutti i dipendenti hanno a disposizione un portatile e tutte le sale riunioni sono dotate di uno schermo wireless, in questo modo abbiamo ridotto moltissimo l’uso di documenti cartacei. Anche la plastica usa e getta è stata bandita: fra poco introdurremo bicchieri riutilizzabili per il caffè, e l’intero edificio sarà 100% plastic free. Per incentivare le persone a ridurre l’utilizzo dell’auto privata, abbiamo offerto a tutti un abbonamento gratuito ai mezzi Trenord e Atm. Un 40% dei dipendenti del nostro headquarter si muove ora tramite i trasporti pubblici. Un altro tema su cui abbiamo puntato molto è il remote working, iniziato a livello sperimentale un paio di anni fa e ora in fase di estensione a tutti i dipendenti. L’obiettivo è migliorare l’equilibrio fra vita privata e vita professionale, incentivando anche la flessibilità dell’orario di lavoro. Tutte queste iniziative incidono chiaramente per una piccola parte, abbiamo 112 stabilimenti nel mondo e stiamo lavorando per migliorarci ovunque. Le azioni concrete che partono dall’head office hanno però un impatto molto forte sulla cultura di sostenibilità dei dipendenti: lavorare in un’azienda che agisce concretamente in questa direzione fa sì che le persone siano motivate e stimolate a sviluppare una certa cultura, un modo di pensare sostenibile.

Oltre alle iniziative messe in piedi nel nuovo headquarter, ci sono altri ambiti specifici su cui lavorate? Selezione, formazione, politiche retributive?

 

Innanzitutto, abbiamo da poco messo in piedi una nuova politica di reclutamento basata sulle pari opportunità, per far sì che i candidati presentati alla società rispettino determinati requisiti sulla diversity. Un aspetto su cui vogliamo lavorare molto è la parità di genere: oggi abbiamo circa il 30% di forza lavoro femminile, ma per ragioni legate alla storia dell’azienda soltanto un 10% si trova nelle posizioni manageriali. L’obiettivo è far crescere questa presenza. Ci sono poi le differenze etniche e culturali, che sebbene possano sembrare meno importanti in Italia rispetto ad altri contesti, come gli Stati Uniti, sono fondamentali per un’azienda come la nostra che opera in 50 Paesi diversi. Per noi è una necessità di business quella di avere un approccio aperto su diversity e inclusion, perché abbiamo clienti, competitor e azionisti multietnici e multiculturali. Oltre ad avere un comitato remunerazione e nomine/sostenibilità endo-consiliare, ci siamo dotati di uno steering committee sulla sostenibilità e di un comitato dedicato alla diversità e l’inclusione, con una diversity and inclusion manager di gruppo. Ci sono poi delle policy specifiche sull’integrità, sul whistleblowing, piani di formazione per il management e per le figure professionali tecniche. In ultimo, in ottica di coinvolgimento dei dipendenti, abbiamo avviato anni fa un programma di azionariato diffuso: 10mila dei nostri employees sono anche azionisti. Manager e dipendenti possiedono circa il 4% del capitale e la retribuzione variabile dei dirigenti è pagata in equity. In questo modo, tutti sono più interessati al destino della società nel lungo periodo. Non va infine dimenticato che siamo partner di diversi clienti nel settore delle energie rinnovabili, con un trend di crescita.

Questo lavoro ha portato, nei vari livelli, a un aumento della cultura e delle competenze Esg all’interno dell’azienda?

L’attenzione a questi sta crescendo visibilmente in modo verticale, dal Cda fino ai livelli operativi. La cultura Esg è molto forte soprattutto nelle nuove generazioni, ma la sensibilità sta crescendo per tutti. Di conseguenza crescono anche le competenze. Per fare un esempio, qualche anno fa nessuno sapeva cosa fosse il Dow Jones Sustainability Index, oggi lo sanno tutti. Complice anche il fatto che una parte della retribuzione variabile di centinaia dei nostri manager è legata alla sostenibilità, e dipende sia da indicatori interni, come i target sulla sicurezza negli stabilimenti o le emissioni di Co2, sia dai risultati ottenuti dall’azienda negli indici esterni. Anche chi era meno sensibile, grazie all’impegno del gruppo lo sta diventando. È un cammino, c’è ancora da fare, ma siamo sulla strada giusta.

 

Come ha influito su questo processo l’introduzione della Dnf?

Ha influito molto, soprattutto perché la Dnf, essendo un processo demanding, ha stimolato le diverse figure aziendali a raccogliere dati Esg in maniera articolata nei vari Paesi e nei singoli stabilimenti, migliorando il monitoraggio di tutti i processi. Avevamo già implementato una rendicontazione di sostenibilità prima della Dnf, quindi eravamo preparati, ma il cambiamento normativo ha aiutato a istituzionalizzare questi temi e a rendere consapevole tutto il management, equiparando l’importanza di dati finanziari e dati Esg. Tuttavia, quello che secondo me farà la differenza nei prossimi anni, almeno per una società quotata, è il rapporto con gli investitori.

Quindi è aumentata l’attenzione riservata al tema da parte degli investitori?

Moltissimo, sempre più fondi ci chiedono conto sulle tematiche Esg. Organizziamo ormai sessioni specifiche sulla sostenibilità con gli investitori, comunicando quello che facciamo nei minimi i dettagli. Un lavoro che va oltre quella che è la nostra comunicazione Esg legata al bilancio. È un cambiamento avvenuto abbastanza di recente, credo che gli accordi di Parigi siano stati un punto di svolta per sensibilizzare il mondo finanziario. I fondi internazionali si stanno attrezzando molto rapidamente, perché anche nell’organizzazione di un fondo c’è bisogno di competenze nuove per valutare gli emittenti in termini Esg. Servono professionalità specifiche che non sono quelle tipiche di un portfolio manager, e nel nostro dialogo con gli investitori ci relazioniamo sempre più spesso con esperti di Esg. Si comincia a vedere che qualcosa sta cambiando.

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